sabato 20 ottobre 2007

Gabbiani

Candidi gabbiani
inseguono
una vela che fugge
lontano,
lontano dai marosi
che s'infrangono
su questo lido
deserto.

Meditando un addio

Soltanto
la pioggia che cade,
monotona, fitta,
sui tetti, sui campi,
che scende pian piano
nel cuore di chi,
meditando,
prepara un addio.
Soltanto
la pioggia di pianti segreti
che bagna le gote
dell'anima mia.
È tutto!
Il mio mondo di sogni,
di dolci parlari d'amore,
ha visto passare
una sola stagione.

Solitudine

Solitudine,
cara compagna
dei miei anni verdi,
ritorna
e riprendi quel tuo conversare
di lacrime, gioie,
di sogni d'amore,
e riporta
l'amaro sapore del pianto
al dì della festa,

col buio nel cuore.

Soldati di ventura

È chiaramente un'invettiva, a dire il vero, alquanto generica e trasversale, rivolta a politici e faccendieri corrotti e corruttori, di cui ormai la nostra Italia è in balìa.
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Siamo tutti soldati di ventura,
sarcina in spalla ed elmo alla correggia,
senza fedi, né patria, né ideali,
infingardi,
guasconi,
attaccabrighe,
spergiuri,
spregiatori di leggi,
bestemmiatori,
bettolieri e bari,
uomini al soldo di tutte le bandiere,
alla greppia di vari potentati,
orde di rozzi barbari invasori,
Goti, Vandali, Unni od Alamanni,
che varcan l'Alpe dal passo dello Spluga
e devastano il nostro bel paese,
il colono spogliando del raccolto,
saccheggiando le ville, i templi, i fori.
Papa Leone più non fermerebbe
i nostri crepitacoli di morte
offrendo patti d'amistà.
Non paventiam le folgori divine,
ci facciam beffe dei santi precetti
e solo al dio Mammone ardiamo incensi,
ci spartiamo la preda a desco tondo,
né più c'importa di quell'umile Italia
per cui morì la vergine Camilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.

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Gli ultimi tre versi riecheggiano la ter­zina dantesca:

Di quell'umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Camilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

(Dante, Inferno, I, vv. 106-8)

Esodo

Questa lirica fu da me composta per stigmatizzare le disumane atrocità perpetrate dall'uomo del nostro tempo durante il conflitto bosniaco, combattutosi a metà degli anni '90.
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Sparuti ghirigori di rondini,
ignare,
stancamente volteggiano
rasente i biechi tralicci
dell'alta tensione,
tracciando ardite geometrie
nella caligine greve
di quest'egro suburbio metropolitano,
in quest'incerto abbrivio d'estate
che allo stormir del pioppo,
che lene zefiro sfiora,
mesce bagliori di fiamme lontane.
E parmi che il querulo squittìo
di quelle bestiole migranti,
qual pianto di prefiche,
adombri lo strazio ineffabil
di genti errabonde
che, relitti i lor tetti,
in questo millennio dei lumi
che or volge al tramonto,
a torme rifuggon l'umana protervia
che leva volute di fumo di guerre,
qual nuvole dense che lente
trasmigrano in frotte,
in cerca di plaghe lontane,

lasciando il posto al sereno.

Missas flemus amicitias

Il titolo di questa lirica scritta in memoria del mio fra­terno ami­co Gianni Mongelli, prematuramente scomparso, è tratto dal ben più famoso Epicedio per Quintilia del grande poeta latino Catullo (Carmina, XCVI, v. 4): ... missas flemus amicitias ... (Traduz.: versiamo lacrime per gli affetti perduti per sempre).
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«All'inganno del mare...»
tu dicevi,
parafrasando dal dialetto,
perchè amavi scherzare...
Eri allegro,
leale,
compagnone.
Che si stesse in panciolle,
tutti insieme,
lunghi distesi sulle sdraio,
coi piedi a mollo
sulla battigia...,
e sgusciavi dei mitili
da offrire a noi amici
in quelle calde estati
degli anni Ottanta,
quando la vita ancora
ti dava il meglio,
ti conservava ai tuoi affetti,
a Uaua Mème,
la tua piccolina,
che starnazzava dentro la piscina...
Prefiguravi
che saremmo invecchiati
e avremmo insieme
trascorso il tempo
sulla mia veranda
a giocare a marriage...
Me lo insegnasti proprio tu,
ricordi?
Valeva allor la pena
di vivere
e averti per amico.
Dicevi
che si sarebbe stati tutti insieme
financo dopo morti...
Si rideva...
Da quei giorni
un millennio è trascorso,
o giù di lì.
La vita toglie
qualcosa a tutti,
ambizioni, speranze,
sogni, fole,
e, per disavventura,
a qualcuno non dà
neppure tanto.
Poi piano piano,
alla spicciolata,
tutti ci invola.
La morte non esiste,
caro Gianni!
Solo la vita...
Ma è un'amante volubile,
incostante,
non tiene fede ai patti...
Tu l'amavi,
l'amavi tanto,
mi rammento...
E lei che ha fatto?
Ti ha tolto alla tua sposa,
ai tuoi affetti,
ai tuoi rampolli,
a Uaua Mème,
ch'è grande ormai,
ma che vorrebbe,
se si potesse,
ritornar bambina,
pur di saltarti al collo,
fermare il tempo,
e il giorno,
e l'ora,
e schioccarti un bel bacio
a pizzicotto.

mercoledì 17 ottobre 2007

Uno stormir di fronde

Uno stormir di fronde, un batter d'ali
cui segue un lieve trasvolar di storni
nel pacato meriggio,
il repentino volgere d'un giorno
che già la notte incalza,
il rorido sbocciare d'una rosa
che subito appassisce,
un sospiro d'amanti,
un pensiero fugace,
un refolo di vento...
Poca cosa è la vita, ancorché duri!
Nasci, t'accoppii e muori...,
e il rimanente
è una rassegna di ricordi amari,
ingannevoli e vuoti simulacri,
ed un'esile trama di speranze
il cui ordito
il tempo da venir dovrà frustrare
e isterilire.
Poi più null'altro! E intanto
lo sguardo insegue il flebile barlume
della prora lontana d'un naviglio
che si dilegua all'orizzonte.
Volge il sole all'occaso.
Sulla crespa marina
scendon rapide l'ombre della sera
e torna a splendere il gibbo della luna,
alta nel cielo terso dell'estate,
che, alla stregua d'un sol giorno, trasmigra,
riconfluendo nell'oblio.