Quattro acri di vite vissute,
di storie spezzate, perdute,
di tenui chimere, di sogni
infranti, obliati.
Quattro acri di volti ritratti,
compunti, pensosi,
talvolta giulivi,
più spesso straniti,
presaghi
di esser null'altro
che fotografie,
che atteggian lo sguardo
alla posterità.
Ed io, novello cantore trace,
disilluso viandante
in questa landa di morte,
qui vedo riflesse
le alterne stagioni
della mia grama esistenza.
In me ravviso l'antico travaglio
di quelle vite ormai spente,
logorate dagli anni e dagli acciacchi,
dai bocconi amari trangugiati,
avvilite dall'invidia e dall'odio,
frustrate dal pregiudizio,
sommerse dal sarcasmo sbeffeggiatore,
lise dalla solitudine,
dall'incomprensione,
dall'ingratitudine,
dall'amara vecchiaia,
da subdolo morbo,
talvolta involate
da un'overdose di felicità,
accartocciate in contorte lamiere,
al fondo d'un viadotto,
quando il futuro sembrava sorridesse,
foriero
di chissà quali guiderdoni.
Vite recise dai fragili calami
o riarse al torrido sole d'agosto,
come stoppie neglette nel campo
dopo la mietitura.
Soltanto quattro acri
di putride ossa, incolpevoli,
che pagano il fio
di rari momenti sereni,
festosi,
vissuti in un batter di ciglia
in questa tetra landa di morti,
in questa sterile, inospitale brughiera
d'ortica e di muraiola,
che sole allignano
sui muri di cinta dei cimiteri.
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1 commento:
Bella.
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