«Che forza!» argomentava tra sé e sé. «Sembra più un aviogetto che non un'auto...»
Era legittimo orgoglio il suo.
«Chissà che, se pigio ancora un po' sul pedale dell'acceleratore, non spicchi il volo...» E poi si soffermava a considerare compiaciuto: «Certo, ne ho fatta di strada dall'aquilone che mi costruivo da bambino con le mie mani, con le bacchette di canna e la carena ritagliata dalle pagine della Gazzetta...»
Di tanto in tanto volgeva lo sguardo in direzione del mare, alla sua destra, il placido Adriatico, la cui onda lambiva soavemente i contorni sinuosi della sua città. Guardava oltre la barriera dei frangiflutti, per capire se e quanto realmente fosse agitato.
«È ancora bonaccia», concluse. «Non si muove foglia... Qui, se non cessa di spirare questo fastidiosissimo scirocco, avremo bel tempo fino a tutto Natale..., e anche oltre. E d'altronde, siamo a Bari, l'ombelico del mondo...»
Era fiero anche della sua città, come della sua auto, magari anche di più. Ne era letteralmente invaghito. Non l'avrebbe mai lasciata, se non per motivi di lavoro che lo portassero altrove, e solo per un breve periodo, mesi, forse anche un anno, non di più. Bari era per lui come il grembo accogliente di una madre amorevole, come il tenero abbraccio di un'amante appassionata e possessiva. Bari era per lui l'aria che respirava, e la gente di Bari e il suo dialetto, e i suoni e le grida della città e suoi colori erano il suo elemento vitale.
Alto, atletico, dai lineamenti fini, era decisamente un bel ragazzo, di quelli destinati ad aver successo nella vita, perché nati sotto una buona stella. E già ora, ad appena ventott'anni di età, la vita gli sorrideva e gli si aprivano dinanzi rosee prospettive per il suo avvenire. Era infatti riuscito a conseguire la laurea in legge, pur a costo di duri sacrifici e privazioni, e finalmente aveva avuto la sua buona occasione di poter essere assunto come avvocato subalterno presso uno studio legale tra i più seri e rinomati in città. Là aveva conosciuto Floriana, la donna della sua vita, una splendida mora tutto pepe che aveva il non trascurabile pregio di essere l'unica figlia del dottor Corona, titolare dello studio legale in questione, presso il quale la stessa aveva da poco intrapreso il suo praticantato.
Quel pomeriggio Aldo si era organizzato un bel giro di lavoro, tra agenzie assicurative e studi legali concorrenti. Il suo capoccia, nonché futuro suocero, infatti gli aveva affidato il rognoso incarico di adire delle transazioni onde comporre alcune noiose controversie che si stavano trascinando avanti oltre i limiti del plausibile.
«De minimis non curat praetor!» era solito pontificare dalla sua scranna il dottor Corona, assumendo tutte le volte un risibile atteggiamento di tronfietà professorale.
«Ricordatene, ragazzo mio! E fa' tesoro dei miei consigli!» soleva poi aggiungere, a mo' di corollario: «Molto meglio un buon accordo che una causa vinta!»
Aldo soleva annuire con un'aria di deferente sopportazione, ma in cuor suo si lasciava andare a risentite considerazioni:
«Che gran rompiballe! Tutte lui le sa... Più che un avvocato di grido, mi sembra un esperto paremiologo, a giudicare dalla sfilza di proverbi che riesce a inanellare in una volta sola...»
Giunto finalmente in centro, lasciò l'auto in un parcheggio custodito, fece scivolare una congrua mancia nelle mani del posteggiatore di turno, che gli manifestò tutta la sua gratitudine con una cerimoniosa scappellata, e si diresse di gran carriera verso il più vicino bar dove poter sorbire un buon caffè bollente che dissipasse il torpore della pennichella pomeridiana e gli desse la carica necessaria per iniziare il suo giro.
Fuori intanto cominciava a piovere. Era una pioggerellina fitta e insistente, tale da mettere addosso un'uggia mortale in quel primo pomeriggio decembrino, di un inverno che ancora stentava a far sentire i suoi primi rigori. Eppure il Natale era ormai quasi alle porte.
Aldo uscì dal bar, si mise in testa la cartella portadocumenti, firmata Nazareno Gabrielli, onde ripararsi dalla pioggia in mancanza di un ombrello, e si avviò lungo il marciapiede.
Si apprestava ad attraversare la strada, traffico permettendolo, per passare sul marciapiede opposto, quando il suo sguardo incrociò un volto di donna, un volto a lui ben noto, e sobbalzò.
Era lei, non potevano esserci dubbi, la sua insegnante di francese del liceo, la professoressa Granieri: un tantino invecchiata, un po' meno silfide di come la ricordava, ma pur sempre bellissima... Il suo cuore ebbe un sussulto e prese a battere all'impazzata, come quand'era ragazzino quindicenne e la vedeva aggirarsi tra i banchi col suo incedere morbido e sensuale, e lei ingiungeva loro in francese, con la sua caratteristica voce roca e suadente:
«Prenez vos livres, mes garçons, s'il vous plaît, et cherchez la page...»
Lei intanto, dall'altra parte della strada, per prima si mosse per attraversare, sfidando il traffico e la pioggia, e venne incontro al giovane, ignara di chi lui fosse e senza minimamente badargli.
Aldo la contemplava in estasi, sforzandosi di ritrovare nei suoi languidi lineamenti matronali la leggiadria di quel volto che per tanti anni era rimasto indelebilmente impresso nella sua immaginazione, e, quando ella gli passò accanto, quasi a sfiorarlo, si fece animo, si schiarì la voce e prese a declamare in francese con voce stentorea, perché lei sentisse:
«Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
Et tu marchais souriant
Épanouie ravie ruisselante
Sous la pluie
Rappelle-toi Barbara?»
Erano versi tratti da una famosa poesia di Jacques Prévert, "Barbara", che egli aveva letto e apprezzato da ragazzo, tanto da ricordarli ancora a memoria: una poesia che lei gli aveva insegnato ad apprezzare e ad amare... o che lui forse aveva preso ad amare "di riflesso". Chissà!
A sentir declamare quei versi così... per strada, inaspettatamente, da un perfetto sconosciuto, che però chiaramente le si rivolgeva e la guardava rapito, la donna ristette confusa e interdetta, si soffermò a sua volta a scrutarlo interrogativamente, poi gli domandò:
«Diceva forse a me?»
«Sì!» rispose il giovane, sfoderando un timido sorriso. «Dicevo a lei, professoressa Granieri... Perché è lei, vero?»
Quindi riprese a declamare:
«Je t'ai croisée rue de Siam
Tu souriais
Et moi je souriais de même
Rappelle-toi Barbara?»
Lei lo guardava sconcertata, non senza però sentirsene lusingata in cuor suo, e ammirata.
«Ma lei chi è? Non credo di conoscerla…»
«Non si ricorda. Non può ricordare… Io sono stato un suo allievo.»
«Ah sì? E quando? In che scuola? Mi fa sentire così vecchia...»
A quelle ultime parole il giovane sorrise divertito:
«Lei non è vecchia, non lo sarà mai..., non per me almeno... È ancora così bella, professoressa! Proprio come tanti anni fa...»
«Bontà tua!» rispose lei compiaciuta, mostrando un leggero imbarazzo. «Te ne ringrazio! Ma dimmi... Come ti chiami? Chi sei?»
«Sono Aldo Bissanti, liceo "Orazio Flacco", corso E del ginnasio, l'aula al secondo piano accanto alla scalinata... Se ne ricorda?»
Lei si sforzò di far mente locale, frugò tra i suoi ricordi, ma non le tornava in mente niente:
«Come vuole ch'io possa ricordare... Ne sono dolente! Eravate in tanti... e gli anni passano, non sono mica noccioline...»
«Mi da del lei, professoressa?» la incalzò allora il giovane. «Non se ne rammenta?
Je dis tu à tous ceux que j'aime
Même si je ne les ai vus qu'une seule fois»
Lei ora sorrideva finalmente e lo ascoltava declamare nel suo buon Francese, restandone piacevolmente impressionata. Poi, passando volentieri a un tono più confidenziale, disse:
«Vedo che te la cavi molto bene col francese, Bissanti, e che tieni in gran conto le poesie di Prévert… Bravo! Me ne compiaccio.»
«Il merito è in gran parte suo, professoressa…, suo e del suo charme… In quella classe eravamo tutti innamorati della lingua francese…, e di lei…»
A sentir ciò un subitaneo rossore pervase il volto già di per sè bello della donna. Aldo se ne avvide e soggiunse:
«… ed io più di tutti!»
Teneva i suoi occhi fissi in quelli di lei, tanto che la donna abbassò i suoi, vinta da un naturale riserbo. Poi tirò fuori dalla borsetta una sigaretta, l'accese e prese ad aspirarne il fumo ad ampie boccate:
«Ora devo proprio andare, Bissanti. Mi ha fatto davvero piacere incontrarti…», e nel dir ciò gli porse la mano in segno di commiato. Lui gliela prese, la sollevò fino a sfiorarla con le sue labbra con affettata galanteria e replicò:
«Non vada via, non così presto, la prego! Ho tanto ancora che vorrei dirle… Erano anni che desideravo rincontrarla, rivederla… Lei mi prestò un libro tanti anni fa, un libro di poesie…, poesie di Prévert. Un libro che conservo ancora gelosamente tra i miei ricordi più cari. Nell'occhiello vi è la sua firma, "Maria Luisa Granieri", e una data, "13 Aprile '68".»
A quelle parole la donna trasalì. Si ricordò di quel libro, cui anch'ella teneva, si ricordò di averlo cercato, frugando dappertutto, di aver chiesto ai suoi conoscenti, casomai l'avesse prestato a qualcuno di loro.
«Lo hai tu dunque?»
«Sì, ce l'ho io, e sono pronto a restituirglielo, se ci tiene davvero a riaverlo… Ma ora permetta, professoressa, che io la inviti a prendere qualcosa con me da qualche parte, in un bar…, ora che l'ho ritrovata…»
«Non posso proprio, Bissanti», se ne schermì lei. «Me ne dispiace, devo scappare. È tardi.»
Ma il giovane insistè e alla fine vinse la sua ritrosia e la persuase ad accettare di accompagnarlo in un bistrot.
La pioggia nel frattempo era andata vieppiù scemando di intensità. Aldo la prese delicatamente per un braccio e le fece strada lungo il marciapiede, tra la ressa dei passanti indaffarati e distratti che li sfioravano, passando loro rasente e talvolta strattonandoli. Raggiunsero un bar, vi entrarono, chiesero se potevano prender posto a un tavolo in un'angusta sala attigua e un cameriere gentilmente ve li accompagnò. C'erano già un paio di coppiette di innamorati che si scambiavano tenere effusioni, mentre piluccavano qualcosa e sorbivano degli analcolici con le cannucce. Rivolsero sulle prime delle occhiate indagatrici verso quella coppia così male assortita, poi tornarono senza indugi ai loro fitti conversari e a scambiarsi coccole e sospiri.
«Beati loro!» esclamò la donna, mentre si accomodava al tavolo e vi sistemava sopra la sua borsetta. «Ti si stringe il cuore a vederli così presi l'uno dell'altra, immersi nel loro idillio… Non sanno ancora -buon per loro!- che la spensieratezza dei vent'anni, una volta svanita, poi non torna più.»
Aldo la guardava fisso in volto, senza distoglierne mai lo sguardo, come in trance. I suoi impegni di lavoro, la sua ragazza, le transazioni da avviare…, tutto gli era ormai passato di mente, relegato in un cantuccio. Ora c'era lei là, seduta di fronte a lui, la donna dei suoi sogni, colei che per i lunghi anni della sua prima giovinezza aveva idealizzato nei suoi pensieri, con cui aveva prefigurato tra sé e sé di vivere una sublime storia d'amore e di passione.
«Allora, Bissanti, parlami un po' di te!» esordì lei, scuotendolo dalle sue elucubrazioni. «Ti sei poi laureato? Stai lavorando? Raccontami tutto!»
Aldo le raccontò dei suoi successi, del lavoro che gli dava tante gratificazioni, della sua ragazza, dell'auto che aveva acquistato di recente, dei suoi hobby, delle sue aspettative di un avvenire prospero e felice. E intanto sorseggiavano tranquillamente il thè verde che avevano ordinato e pasteggiavano con pezzi squisiti di piccola pasticceria della casa.
«E lei, professoressa…» chiese poi Aldo a un certo punto, «che se ne fa della sua vita? È felice? Ha figli?»
A quella domanda repentina, che dovette coglierla un po' alla sprovvista, come una staffilata, la donna aggrottò le sopracciglia ed esitò. Poi, rabberciati alla meglio i suoi pensieri, emise un lungo sospiro e così proruppe con voce flebile:
«Se sono felice… Dio solo lo sa!» Esitò ancora qualche istante, poi aggiunse: «D'altronde, mio caro Bissanti, cos'è mai la felicità? È una vita che mi ci arrovello e ancora non riesco a darmi una risposta plausibile, che mi soddisfi…»
«Me ne dispiace», commentò il giovane, fattosi improvvisamente serio in volto e assumendo un'attitudine cupa e riflessiva. «Me ne dispiace davvero per lei… Avrei preferito sentirle dire che la vita le sorride e che tutto le va per il meglio, mi creda!» E nel dir ciò allungò la mano sul tavolo a sfiorare quella di lei.
La donna non ritrasse la sua a quell'inatteso contatto. Accennò un blando sorriso che tradiva tutto il suo imbarazzo e continuò, quasi a voler stemperare quell'aura di rassegnata tristezza che le sue parole avevano contribuito a creare:
«Ti credo, Bissanti. Ti credo e ti ringrazio. Sei un caro ragazzo…» Trasvolò quindi a parlare d'altro: «Ho due figli, un maschio e una femmina. Sono entrambi alle superiori. Spero solo che crescano in fretta e trovino presto la loro strada, così come tu hai trovato la tua…»
«E un marito ce l'ha?» la incalzò il giovane in tono velatamente inquisitorio.
A quella domanda, così diretta e tagliente, la donna si irrigidì e piegò il capo, mentre un'improvvisa lacrima rigava il suo bel volto matronale. Allora Aldo tirò fuori di tasca un kleenex e premurosamente gliel'asciugò.
«Non pianga!» la esortò. «Qualunque cosa sia…, non pianga! Non è il caso… Io non voglio che pianga.»
«Non sto piangendo», rispose lei, ricomponendosi e tornando ad accennare un forzato sorriso di circostanza. «È stato solo un attimo… Non dartene pensiero! Passerà…, è già passato.»
Ora lui le stringeva con la sua la mano che le stava accarezzando. Le loro dita si intrecciarono, i loro sguardi si incrociarono. Rimasero lì a guardarsi negli occhi, senza profferir parola, per qualche lungo, interminabile istante. Poi il giovane chiamò a raccolta tutto il suo coraggio e, in tono pacato, senza alcun inceppamento della voce, le aprì il suo cuore e disse:
«Professoressa, non mi giudichi male per quello che sto per dirle… Non vorrei sembrarle sfacciato e insolente.»
Lei lo guardava e lo ascoltava senza interromperlo.
«Professoressa, io l'amo… da sempre ormai, dai tempi della scuola. L'ho cercata, desideravo rivederla, magari anche senza che lei ne sapesse nulla. Non avrei mai voluto turbare il corso tranquillo della sua esistenza. Ripetevo il suo nome tra me e me: "Maria Luisa".»
«Per gli amici e per quelli che mi vogliono bene sono solo Marilù…» interloquì lei.
«Marilù…» ripetè il giovane, quasi a volersi imprimere nella mente i suoni del nome di quella donna che egli aveva tanto mitizzato nella sua fantasia. «Che bel nome… Marilù! Bello quasi quanto chi lo porta.»
«E dammi pure del tu, se ti fa piacere…» soggiunse lei. «L'hai detto tu stesso prima
Je dis tu à tous ceux que j'aime
Même si je ne les ai vus qu'une seule fois…»
«Già!» osservò Aldo laconico. I suoi occhi non si distoglievano un solo istante dal volto di lei.
Fuori intanto cominciavano a calare le prime ombre della sera. I fidanzatini che erano con loro nella sala erano già andati via da un pezzo.
«È ora di andare», disse lei, raccattando la sua roba e alzandosi in piedi, in atto di voler andar via. Lui la trattenne.
«Marilù, ci verresti a casa mia? Vorrei tanto mostrarti quel libro. Vorrei anzi che tu me ne leggessi ancora qualche poesia, come allora…, ma solo per me questa volta.»
«No», rispose pronta la donna. «Non ci verrò. Non mi sembra il caso… In quanto al libro, tienilo pure! Serbalo in mio ricordo! Ora so che lo hai tu… ed è in buone mani. Me ne hai dato conferma declamando a memoria quei versi…»
Il giovane si era alzato in piedi a sua volta. Lei gli parlava e lui nemmeno più la stava ad ascoltare, fremeva soltanto di desiderio, avrebbe voluto stringerla tra le sue braccia e non lasciarla più andar via.
D'un tratto, come spinto da un'incoercibile molla interiore, dimentico che lei fosse stata la sua insegnante e lui l'allievo, la afferrò per le braccia e le posò sulle labbra un bacio con innocente trasporto. Fu un bacio casto, un bacio rubato, ma ebbe modo di accorgersi che lei gli si era quasi abbandonata e che, pur non avendogli corrisposto ed essendo anzi rimasta quasi pietrificata, tuttavia non aveva messo in atto alcuna reazione o ripulsa.
«Marilù, ci vieni?» tornò a domandarle, tenendola ancora per le braccia e guardandola fisso negli occhi, quasi a volerne leggere i più riposti pensieri.
«No, non posso, non voglio…» rispose lei, distogliendo gli occhi dallo sguardo penetrante del giovane e tenendoli rivolti in basso. «Lasciami andare, te ne prego! È tardi.»
Ma Aldo ormai non le dava più retta. La prese per mano e se la tirò dietro. Pagò il conto alla cassa e uscirono dal bar.
Aveva ormai smesso di piovere da un bel pezzo. Raggiunsero il parcheggio a grandi passi e lui la aiutò a entrare in macchina, quindi partirono di gran carriera.
«Non potrò trattenermi molto», disse lei a un certo punto, quasi a voler mettere le mani avanti. «Il tempo di mostrarmi il libro… e poi mi riaccompagni in stazione. Altrimenti si fa tardi. Non vorrei perdere il treno del ritorno.»
«Sì», la rassicurò lui. «Non preoccuparti! A che ora parte il tuo treno?»
«Alle otto in punto.»
Il giovane guardò l'orologio. Erano da poco passate le cinque. Avevano tutto il tempo.
Aldo abitava al terzo piano di un lercio casermone popolare sito all'estrema periferia sud della città. Le fece strada su per una scala angusta e maleodorante, finchè non furono nella sua garçonnière, due stanze più servizi arredate con signorile decoro e una piccola terrazza che affacciava sul cortile interno dell'edificio.
Dentro si sentiva il confortevole tepore emanato dai termosifoni. Marilù pose entrambe le mani sul primo in cui si imbattè per riscaldarsele.
«Hai freddo?» le chiese il giovane, mostrandosi premuroso.
«Un po'… Sono freddolosa di natura io.»
«Tutte le donne lo sono», osservò il giovane per celia, accennando un sorrisino ironico. Intanto si era tolto il paltò e lo aveva appoggiato sciattamente su una poltrona del soggiorno.
«Perché non ti togli anche tu il tuo impermeabile?» le ingiunse.
«No! Preferisco tenerlo», replicò lei. Ma il giovane le andò accanto e, standole da tergo, con fare estremamente cortese la convinse a toglierselo di dosso:
«Dai, slacciatelo!» le sussurrò suadente all'orecchio. «Vedrai che ti ci sentirai a tuo agio…»
Lei era come ipnotizzata dai suoi modi gentili, affabili e al tempo stesso perentorî. Sentì uno strano brivido correrle in un lampo lungo la schiena allorquando lui le sfilò l'impermeabile di dosso. Poi la prese per mano e la condusse con sé a prender posto sul divano. Frugò sugli scaffali di una vecchia étagère dove teneva tutti i suoi libri, ne trasse fuori uno di piccolo formato, dalla copertina lisa e consunta, e glielo porse.
«Ecco», disse. «È questo… Lo riconosci?»
«Sì, certo. Come potrei non riconoscerlo?»
Ella lo prese tra le mani e cominciò a sfogliarlo, leggendo qua e là tra le pagine. Lui le si sedette accanto, tanto quasi da toccarla e sentire pungente nelle nari il profumo intenso di lavanda che promanava dalla sua persona. Poi, passatole un braccio intorno alla vita con fare cameratesco, le chiese:
«Leggimi qualcosa, Marilù! Una poesia a caso, una che vuoi tu…, te ne prego!»
Ella rovistò dapprima a casaccio tra le pagine, poi cercò nell'indice e, trovata una pagina particolare, iniziò a leggere con voce velata dall'emozione:
«Cet amour
Si violent
Si fragile
Si tendre
Si désespéré
Cet amour
Beau comme le jour
Et mauvais comme le temps
Quand le temps est mauvais
Cet amour si vrai
Cet amour si beau
Si heureux
Si joyeux
Et si dérisoire
Tremblant de peur comme un enfant dans le noir
Et si sûr de lui
Comme un homme tranquille au milieu de la nuit…»
Man mano che ella andava avanti in quella lettura, il giovane si soffermò ad ammirarne l'attaccatura dei capelli sul collo, il lobo minuto dell'orecchio, la gota sulla quale si andava spandendo un vago rossore. Tutto d'un tratto sentì urgere forte in petto una smania che cresceva, cresceva: avvertiva quasi la sensazione di essere lambito dapprima dalla placida risacca di un caldo pomeriggio estivo, che si andava poi trasformando nelle violente ondate prodotte da un vento di burrasca e infine in un terribile e devastante tsunami.
Tolse via delicatamente il libro di mano alla donna, che ancora leggeva con accorata enfasi i versi di Prévert, lo chiuse e lo ripose da un canto sul divano. Poi, senza dir nulla, attirò a sé il bel viso di lei e la baciò appassionatamente, sulle labbra, sulle guance, sugli occhi.
Così, di primo acchito, ella cercò di raffrenarne il subitaneo impeto, nel vano tentativo di allontanarlo da sé e sottrarsi in qualche modo al suo assalto. Lo esortò persino:
«Smettila, Bissanti! Per l'amor di Dio, lasciami! Non voglio… Sei forse impazzito?»
«Sì, sono pazzo di te…» disse allora il giovane per tutta risposta. «Ti voglio…», e continuava a baciarla e a tenerla stretta tra le sue braccia, come in preda a un raptus. Ma poi, improvvisamente, parve tornare in sé, mollò la presa e si allontanò da lei.
«Mi perdoni, professoressa!» esclamò, assumendo un'aria contrita e ravveduta. «Non volevo… Mi son fatto trasportare dal sentimento forte che nutro per lei… Io l'amo. Non le farei mai del male. È stato un attimo…, la sua vicinanza, il suo profumo inebriante, la sua voce… Sono stato uno sciocco. I sogni non possono trasformarsi in realtà… Altrimenti che sogni sarebbero?»
La donna se ne stava compunta a sentirlo parlare, nell'atto di ricomporsi.
«Che caro ragazzo che sei!» gli disse, avvicinandoglisi e accarezzandogli la guancia, sorpresa e intenerita da quel suo puntuale e tempestivo ravvedimento.
«Perché non mi offri qualcosa di molto forte da bere?» gli propose, sfoderandogli il più ammiccante dei sorrisi. «Mi va di fare bisboccia…, ancorché io sia praticamente astemia.»
«Non sei in collera con me?» le domandò allora Aldo, incredulo e inebetito da quel suo improvviso cambiamento d'umore e di disposizione nei suoi confronti.
«No», rispose lei con tono rassicurante. «Non sono in collera… Perchè dovrei esserlo? Ho capito di essere con un gentiluomo e ormai non ho più nulla da temere… Un gentiluomo che dice di amarmi, da tanto di quel tempo poi…»
Libarono insieme con dei calici di Remi Martin, poi lui riprese a baciarla, e questa volta lei non si sottrasse, ma si lasciò a sua volta trascinare nel turbinio della passione e della voluttà.
Aldo poi la prese per mano e la condusse in camera da letto, e lei lo seguì docilmente. Nel buio dell'alcova lui continuava a professarle tutto il suo amore e la sua dedizione, mentre armeggiava freneticamente per sfilarle di dosso ogni suo indumento. Alfine, quando i loro corpi nudi e frementi si apprestavano al rito sublime del congiungimento carnale, avvinti l'una all'altro come l'edera al pioppo, lei gli cinse il collo con le mani e gli sussurrò:
«Prendimi! Voglio essere tua…»
E lui la prese, più volte, con la foga e la baldanza del suoi ventott'anni, con tutta la smania che aveva in corpo di possederla, di scuoterne le più intime fibre e farla urlare e rantolare di piacere. Tra le sue mani lei era come un docile strumento a corda pizzicato ad arte dall'esperto liutaio che si stia provando ad accordarlo; lei era l'arpa e lui il plettro che ne stesse tirando fuori arcane vibrazioni e magiche armonie.
Alfine entrambi ristettero, esausti e appagati, l'una di fianco all'altro e rimiravano i loro sembianti con espressione sognante e tenera.
Marilù teneva la testa lascivamente riversa sul braccio di lui, coi lunghi e serici capelli d'un castano chiaro scarmigliati e sparsi sul cuscino.
«Ti amo!» le mormorò lui. E lei per tutta risposta, quasi a volersi schermire da una replica che fosse in diretta sintonia:
«Nous nous aimons et nous vivons
Nous vivons et nous nous aimont
Et nous ne savons pas ce que c'est que la vie
Et nous ne savons pas ce que c'est que l'amour…»
Il tempo intanto scorreva inesorabile e i due novelli amanti dovettero, loro malgrado, alzarsi dal letto e rivestirsi in fretta perché lei potesse prendere il treno che avrebbe dovuto riportarla a casa, dai suoi figli, da suo marito.
«Marilù, quando ci rivedremo?» le domandò lui, prendendola ancora tra le sue braccia e dispensandole un tenero bacio sulla guancia. «Che ne sarà ora di noi? Che ne sarà delle nostre vite?»
«Nulla sarà…» rispose la donna, con espressione fattasi d'un tratto seria e grave. Gli riacconciava il colletto della camicia e la cravatta con mani esperte. «Tu te ne tornerai nel tuo mondo, dalla tua ragazza… ed io nel mio. Fa' conto che oggi noi due ci siamo presa solo una vacanza… o piuttosto che tu abbia evocato un fantasma dai meandri della tua fantasia e che questo fantasma si sia materializzato, come per incanto, e ti abbia regalato un sogno… Perchè di questo si è trattato in realtà: nient'altro che un sogno! Lo abbiamo vissuto insieme… ed è stato bellissimo. Ora però il fantasma evapora alla tua vista altrettanto in fretta di quanto inaspettatamente ti si sia manifestato.»
«No, non è stato un sogno», protestò il giovane a quelle parole, «né tu eri un fantasma poco fa tra le mie braccia, né il calore della tua pelle suggeriva la raggelante sembianza di un fantasma…»
«È come se lo fossi stata…» ribadì lei. Aveva nella voce un che di mesto e rassegnato. «Noi non dovremo rivederci mai più… o rovineremmo tutto, l'incanto di questo nostro breve incontro, l'amore che tu reiteratamente mi vai professando… Se davvero mi ami, come dici, devi promettermelo!»
Aldo la guardava sconcertato e attonito. Non voleva rassegnarsi a doverla perdere, proprio ora che finalmente l'aveva ritrovata.
«Davvero vuoi che non ci si riveda più?»
«Sì, è necessario… Lo capisci, vero?»
«No, io non capisco…, ma, se tu vuoi così, farò così.»
«Prometti che non mi cercherai», incalzò lei, nell'atto di accarezzargli teneramente la guancia ispida di barba rasata di fresco, «e che serberai per sempre un buon ricordo della tua professoressa!»
Le lacrime cominciavano a scendere copiose sul volto di lei. Lui le suggellò le labbra ben disegnate con un ultimo bacio, lungo, appassionato, struggente.
«Prometto che non ti cercherò mai più, secondo i tuoi desideri, e che ti amerò sempre! E, se il cielo vorrà che io abbia una figlia, la chiamerò Marilù e vorrò che sia bella come lo sei tu…»
Uscirono. Fuori s'era fatto buio ormai e aveva ripreso a piovigginare. Montarono in macchina e Aldo si diresse senza indugi verso la stazione ferroviaria. Era l'ora di punta e il traffico a tratti procedeva molto a rilento.
Lei prese a fumare nervosamente una sigaretta. Di tanto in tanto guardava davanti a loro la fila delle auto ferme al semaforo e poi guardava l'orologio.
«Penso che ce la facciamo a stare in stazione per tempo», disse. «Se non fosse per questa pioggia… Mi mette addosso una tale uggia.» Poi, per un'ovvia associazione di idee, si rammentò della poesia del Prévert, quella stessa da cui Aldo le aveva declamato dei versi in occasione del loro fortuito incontrarsi quel pomeriggio, e a sua volta, rivolgendosi al giovane, prese a declamare:
«N'oublie pas
Cette pluie sage et heureuse
Sur ton visage heureux
Sur cette ville heureuse…»
Lui stava ad ascoltarla rapito e commosso.
«Bissanti,» aggiunse lei alfine, nel momento stesso in cui erano ormai arrivati e il giovane stava parcheggiando l'auto alla meglio in prossimità della stazione, «mi prometti che non dimenticherai mai la nostra poesia? E che ogni volta che ne declamerai qualche verso ti ricorderai di me, della tua infelice professoressa di francese?»
«Sì, te lo prometto!» rispose lui in tono serio e meditato. Poi aggiunse: «E tu ti ricorderai, di tanto in tanto, di quel tuo allievo, Bissanti, che tanto diceva di amarti e a cui un giorno di un lontano piovoso dicembre mandasti il cuore in pezzi?»
Lei, Marilù, non rispose. Insieme imboccarono il sottopassaggio che li avrebbe condotti sulla banchina del binario 3 e, quando vi furono giunti, il treno era già quasi sul punto di partire.
«Addio, Bissanti!» gli disse lei, porgendogli la mano in segno di amistà.
Lui gliela strinse e, mentre un velo di profonda amarezza scendeva sui suoi occhi, così si accomiatò da lei:
«Addio, amor mio trovato e perduto nell'arco di sole tre ore! Possa tu essere felice, anche senza di me!»
Dopodiché la donna montò sul predellino del vagone ferroviario e si dileguò al suo interno, dopo essersi girata per un solo istante a rivolgere al giovane un estremo cenno di saluto con la mano.
Aldo rimase solo sulla banchina a guardare il convoglio che lentamente cominciava a muoversi.
«Ti amo, Marilù!» esclamò a mezza voce, tra sé e sé, e il nome di lei esalò in un sospiro strozzato in gola tra gli insalubri miasmi di quell'anonima stazione ferroviaria, nelle brume di quel tardo pomeriggio dell'inverno incipiente, mentre la banchina brulicava di gente indaffarata e bislacca che si affannava per farsi risucchiare nel traffico cittadino e nell'incessante e caotico andirivieni di macchine, autobus e frettolosi passanti.
Ma ormai lei non poteva più sentirlo. Il treno, che già si dileguava alla sua vista nel buio tunnel del cavalcavia, sferragliando sinistramente sulle rotaie, la stava portando via per sempre, e con lei i trepidanti aneliti dell'adolescenza ormai lontana e la magica ebbrezza di quel breve incontro, destinato fatalmente a defluire dalla pregnanza della realtà per trasmigrare nel sogno.
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